Rubinetti

Cenni storici del rubinetto del Cusio ( oggi lago D’Orta, sito nel nord Piemonte al confine fra le provincie di Novara,Vercelli e Verbano Cusio Ossola).

La lavorazione dei metalli fu praticata da antica data sul lago d’Orta. Si hanno attestazioni dell’attività di peltrai, stagnari e fonditori a partire dalla seconda metà del quattrocento.

Nel periodo compreso tra la fine del XVI secolo e la seconda metà del XVII, tali mestieri sono documentati anche per Alzo e Artò, paesi dai quali questi artigiani emigravano verso la Francia, tradizionale meta dei peltrai valdostani, e verso la Spagna. I fonditori girovaghi raggiunsero poi la Germania, ingaggiando una spietata concorrenza coi produttori locali.
Questo spostamento accadde attorno al XVIII secolo, ma studi più recenti consentono di anticipare il periodo almeno alla fine del XVI secolo. Gli inventari notarili della Riviera elencano tra le cose di casa: candelieri, alari, lucerne in ottone, scaldaletto e pentolame in rame, pezzi tondi o d’altra forma in peltro.

Esisteva dunque per questi artigiani la possibilità di smerciare ottoni e peltri sul piccolo mercato locale, mentre un’altra parte della loro produzione poteva trovare posizione come oggetti d’uso liturgico, quali pissidi, acquasantiere, candelieri da altare, crocifissi, lucerne a catenelle e lampade. Erano fabbricati con questa lega metallica anche boccali, bricchi, piatti, lampade comuni, scatolette, tabacchiere, posaterie ed altri beni d’uso corrente.

E’ nel XVI secolo che l’utilizzo del peltro si ampliò dagli oggetti ecclesiastici a quelli d’uso comune presenti nelle case dell’emergente borghesia, come piatti, ciotole, bicchieri, zuppiere e brocche. Proprio questa diffusione degli oggetti di peltro, nell’Europa cinquecentesca, contribuì ad alimentare l’emigrazione degli abitanti del Cusio, della Val Strona, dell’Ossola e della Valsesia, verso il nord Europa e la Spagna, dove s’impegnarono come venditori ambulanti di manufatti in peltro da loro stessi realizzati.

La valle Strona in particolare, che da Omegna si apre verso nord ovest, è sede di un’antica tradizione nella lavorazione del ferro. Lo sfruttamento dei filoni di roccia ferrosa presenti nei pressi di Forno e nella montagna tra Luzzogno, Chesio e Loreglia, ebbe inizio nel 1472, come viene testimoniato da documenti della Camera ducale di Milano che, in quell’anno, inviò Ambrogio Del Prata con due esperti, per esaminare e vagliare la consistenza della miniera di Luzzogno. L’utilizzo dell’acqua del torrente Strona risultava già quindi importante allora per il sorgere, lungo la valle, d’officine per la fusione e lavorazione del ferro.
Decisivo risulterà essere l’utilizzo di questa via d’acqua, come risorsa energetica, nella seconda metà del XIX secolo, quando ad Omegna si sviluppa la grande industria siderurgica, tessile e meccanica.

Forti sono i legami della Val Strona con l’artigianato del peltro, tanto che, dal XVII al XIX secolo si può parlare di una scuola di peltrai emigrati in varie città d’Italia ed Europa.
Ad alimentare la continua emigrazione in paesi stranieri, era la pratica dell’apprendistato, che spingeva molti giovani a seguire gli artigiani peltrai e stagnai più esperti al fine di apprendere i segreti della fusione e della lavorazione dei metalli. Poteva diventare apprendista solo colui che vantasse una nascita legittima e fosse ritenuto retto e pio. Il periodo di tirocinio durava da tre ad otto anni. Se il giovane sopportava questi duri anni di pratica, il maestro gli richiedeva la realizzazione di un lavoro di prova prima di insignirlo della qualifica di lavoratore.

Uno dei primi documenti che attestano la pratica dell’apprendistato, in terra cusiana, è datato 21 maggio 1628 e riguarda una convenzione tra Bernardo Monti e Bernardino Gonnella, entrambi d’Orta, affinché il Gonnella porti con se in Spagna Battista Monti, figlio del suddetto Bernardo, “ad imparare l’arte di stagnaio per anni quattro e mezzo”.

Ancora nella seconda metà dell’ottocento si usava ricorrere a questi contratti d’apprendistato, in particolare per quanto riguardava l’area d’emigrazione tedesca( trovate su www.renovadesign.it i rubinetti Hansgrohe) Occorrevano comunque molti anni di tirocinio girovago per un giovane che avesse voluto apprendere tutte le tecniche dell’arte fusoria o entrare nella categoria dei professionisti. A testimonianza dell’attività prestata, il maestro rilasciava all’allievo un attestato o foglio informativo, munito del sigillo di maestranza.

Questi emigranti quando riuscivano ad inserirsi nel tessuto commerciale di una determinata città, tendevano a crearsi un’officina abbandonando l’ambulantato.
Tuttavia il legame con le terre del Cusio rimaneva forte e questi emigranti, non solo i peltrai, tendevano ad organizzarsi in corporazioni regionali e confraternite testimoniate dal loro impegno nel donare fondi alle parrocchie dei paesi d’origine per la costruzione di cappelle, per l’acquisto d’opere pittoriche, candelabri, altari e quant’altro servisse ad arricchire gli edifici religiosi.

Gli emigranti cusiani rimanevano lontani da casa per gran parte dell’anno e naturalmente vi erano categorie in parte legate a ritmi di lavoro stagionali, come muratori o scalpellini.
Gli emigranti gozzanesi erano soliti ritornare a casa il 24 ottobre per la festa patronale di San Giuliano. Gli uomini si ritrovavano alle osterie, dove parlavano delle loro esperienze in terre lontane. I peltrai valstronesi, durante l’inverno, tornavano dalle proprie famiglie e occupavano questo periodo di riposo fabbricando gli stampi in pietra ollare, facilmente malleabile, che si procuravano nelle cave d’Alzo.

Va, infatti, osservato come l’emigrazione cusiana e delle vallate circostanti fosse, soprattutto dal XIX secolo, per lo più stagionale; questo permetteva agli emigranti di mantenere stretti contatti con i paesi d’origine e con le proprie famiglie. Un elemento questo da tenere in considerazione al fine di comprendere la scelta di molti emigranti, quando determinate condizioni economiche e sociali lo permetteranno, di sfruttare le conoscenze acquisite per intraprendere un’attività in proprio nel loro paese, abbandonando l’emigrazione.
Nel corso del XIX secolo, i peltri vennero sostituiti da terraglie e porcellane, lavorate su scala industriale, e il loro utilizzo si ridusse all’ambito ornamentale.

Per l’ottone, invece, si aprirono nuove possibilità d’impiego industriale. Tuttavia nella prima metà dell’Ottocento, l’unico paese della parte sud-occidentale del lago, che riuscì a sviluppare in modo consistente la lavorazione dei metalli e dell’ottone fu Pogno. Il Casalis segnalò l’attività di una piccola ferriera a Berzonno (Pogno), e precisò che, nel resto del comune, in alcune fabbriche d’ottone vi sono impiegati di continuo circa trentacinque operai. Qualche anno prima qui erano state censite tre fonderie di metalli e nel 1813 risultavano occupati nel paese tre fonditori, quattro fabbri e tredici ottonai. Ci troviamo dunque di fronte ad una struttura ormai preindustriale, nella quale è facile avvertire l’influenza delle vicine fucine di Valduggia e della Valsesia.( trovate su www.renovadesign.it i famosi rubinetti Newform, Fraz. Vintebbio Serravalle Sesia. Vercelli e i rinomati rubinetti Fantini di Pella NO).

Dal XV secolo in poi si sviluppa nel Cusio come abbiamo visto un diffuso artigianato legato alla fusione e lavorazione dei metalli. La Valsesia con le sue “fusine” lungo lo Strona ed in particolare la fonderia di campane Mazzola di Valduggia, tuttora in attività, che già nel 1475, fondeva una campana per la chiesa della parrocchia di Luzzogno in Valstrona e i peltrai, gli ottonai ed i lattonieri di quest’ultima valle e dei comuni lungo le rive del Cusio, rappresentano un’omogeneità economico-culturale di un’area nella quale la produzione e la lavorazione d’oggetti in metallo ha rappresentato per secoli un elemento comune. Questo aspetto è da tenere in considerazione nella ricerca delle origini della nascita dell’industria della rubinetteria lungo le rive del Cusio

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